28 Gen 2026, Mer

Don Giovanni Bocchi (1929-2016). Un missionario salesiano tra Italia e Camerun

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Nel maggio 2026 ricorrerà il decimo anniversario della morte di Don Giovanni Bocchi, salesiano che ha dedicato quindici anni della sua vita alla missione in Camerun, lasciando un’impronta indelebile nella Chiesa locale e nella formazione di numerose vocazioni sacerdotali e religiose. Come uno dei tanti giovani camerunensi che hanno beneficiato del suo ministero pastorale e del suo accompagnamento spirituale, sento il dovere di testimoniare l’impatto che questo missionario ha avuto sulla nostra Chiesa e sulla mia stessa vocazione.
Questo ritratto biografico si basa su documenti d’archivio, testimonianze dirette e scritti dello stesso Don Bocchi dal Camerun. È un tentativo di restituire la figura di un uomo di Dio che ha saputo essere ponte tra culture diverse, padre spirituale per generazioni di giovani, e testimone autentico del Vangelo in terra di missione.

Le radici garfagnine e la formazione salesiana
Giovanni Bocchi nacque l’8 marzo 1929 a Pugliano, frazione di Minucciano, nell’alta Garfagnana lucchese, da Giuseppe Bocchi e Annunziata Bertoni. Era un mondo contadino, scandito dai ritmi della natura e da una fede semplice e robusta. In questo contesto montano, dominato dal Pizzo d’Uccello e dal Pisanino, il giovane Giovanni maturò quella sensibilità umana e spirituale che lo avrebbe caratterizzato: il valore della fatica, della solidarietà e dell’essenzialità.

A diciassette anni entrò nella congregazione salesiana. Il 27 agosto 1946 varcò la soglia del noviziato di Varazze, iniziando un lungo cammino di formazione. Il 28 agosto 1947 emise la prima professione religiosa triennale a Varazze, promettendo di vivere in povertà, castità e obbedienza. Rinnovò i voti il 25 agosto 1950, sempre a Varazze. Il 7 settembre 1952, ad Alassio, emise la professione perpetua, legandosi per sempre alla congregazione salesiana.

Il percorso verso il sacerdozio proseguì con gli studi teologici a Bollengo, dove ricevette progressivamente gli ordini: lettore (1° gennaio 1955), accolito (30 giugno 1955), suddiacono (1° luglio 1956) e diacono (1° gennaio 1957). Finalmente, il 1° luglio 1957, venne ordinato presbitero a Bollengo. A ventotto anni, Don Giovanni Bocchi era sacerdote per sempre, pronto a spendere la sua vita per la salvezza delle anime. Alla scuola di Don Bosco aveva assimilato il Sistema Preventivo, basato su ragione, religione e amorevolezza, trasformandolo in uno stile di vita.

I primi passi del ministero in Italia
Dall’11 settembre 1963 all’11 settembre 1966, Don Bocchi ricoprì l’incarico di direttore della casa salesiana di Savona. Ma il suo ufficio era il cortile, la sua scrivania era il confessionale. Amava stare in mezzo ai ragazzi, che vedevano in lui un padre e un amico. Fu proprio in questi anni che iniziò a manifestarsi la sua particolare vocazione di confessore e direttore spirituale. Tra i suoi penitenti c’era Vera Grita, giovane maestra che sarebbe diventata Cooperatrice salesiana e la cui causa di beatificazione è oggi in corso. Don Bocchi la accompagnò nel suo cammino spirituale dal 1963, aiutandola a discernere la volontà di Dio.

Dall’11 settembre 1966 al 22 luglio 1970, a Genova-Sampierdarena, Don Bocchi fu delegato ispettoriale per gli apostolati sociali. Si dedicò all’assistenza degli operai e delle loro famiglie, portando il Vangelo nelle fabbriche e nei quartieri popolari. Era un prete di frontiera, che cercava di promuovere la dignità umana e cristiana dei lavoratori. Questa esperienza arricchì la sua sensibilità pastorale e lo preparò a comprendere le dinamiche della povertà che avrebbe poi incontrato in Africa.

Il 22 luglio 1970 arrivò alla Spezia-Canaletto, città che sarebbe diventata la sua seconda casa per molti anni. Dal 1° settembre 1976 al 23 giugno 1981 fu parroco di Maria Ausiliatrice al Canaletto, dimostrando di essere un pastore instancabile. La sua porta era sempre aperta, la sua predicazione semplice e profonda. Ma era soprattutto nel confessionale che Don Bocchi esercitava il suo carisma più grande: passava ore ad ascoltare, consolare, perdonare. Era un ministro della misericordia di Dio.

Il 23 giugno 1981 venne nominato direttore della comunità salesiana de La Spezia. Ma il suo cuore era sempre rivolto ai giovani, alla missione. Sentiva forte il desiderio di partire per le terre lontane.

La chiamata dell’Africa
Nel 1982, quando Don Giovanni Bocchi partì per il Camerun, aveva già superato i cinquant’anni. Non era più un giovane, ma un sacerdote maturo, con una solida esperienza pastorale. La sua decisione di abbracciare la missione africana rappresentava una scelta coraggiosa, che testimoniava la sua profonda libertà interiore e la sua totale disponibilità alla volontà di Dio.

La congregazione salesiana stava vivendo una forte spinta missionaria verso l’Africa, nel quadro del “Progetto Africa” lanciato dal Rettor Maggiore Don Egidio Viganò. Come avrebbe scritto anni dopo, l’Africa era diventata “il fiore all’occhiello” della sua vita sacerdotale. Con l’entusiasmo di un novizio e la saggezza di un veterano, si preparò a diventare “africano con gli africani”.

Fondazione di una nuova presenza salesiana
Il 1° settembre 1982, Don Giovanni Bocchi arrivò in Camerun per fondare, insieme ai confratelli Don Rizzato e Don De Marchi
, una nuova presenza salesiana a Ebolowa. La città, che contava circa 38.000 abitanti, era appena diventata capoluogo della provincia del Centro-Sud. La parrocchia affidata ai salesiani presentava dimensioni incredibili: abbracciava quasi tutta la città con 13 quartieri e includeva 5 piste per un totale di circa 160 km, lungo cui si trovavano oltre 40 villaggi, ciascuno con la propria cappella. Geograficamente copriva più di 9.000 km², con 45.000 abitanti.

Le tournée pastorali duravano mesi, e il sacerdote restava fuori casa tre o quattro giorni alla settimana. Era un campo di lavoro sterminato, che i tre missionari affrontarono con dedizione straordinaria.

Don Bocchi si gettò immediatamente nell’apprendimento della lingua locale, il Bulu, per comunicare efficacemente con la popolazione. Oltre al ministero parrocchiale, si impegnò nello sviluppo di opere educative e sociali che avrebbero cambiato il volto della missione. La scuola cattolica divenne rapidamente una delle più grandi del Sud de Camerun, con 1.350 allievi delle primarie.

Parallelamente, furono create opere di formazione professionale: una grandiosa falegnameria, seguita dalla meccanica auto e dalla riparazione audio-video. Aveva una visione integrale dell’educazione, che non si limitava all’istruzione ma comprendeva la formazione professionale e l’accompagnamento umano. La gente lo chiamava “Fata” (padre) e lo accoglieva con affetto.

L’incontro che cambiò la mia vita
È in questo contesto che avvenne il mio incontro personale con Don Bocchi, un incontro che avrebbe cambiato il corso della mia vita. Frequentavo il seminario minore San Giovanni XXIII di Ebolowa, convinto di dover diventare sacerdote diocesano – mio padre era catechista formato dai missionari spiritani.

Don Bocchi veniva regolarmente nel nostro seminario come confessore. L’atteggiamento dei salesiani verso noi seminaristi risultava sorprendente rispetto alla distanza istituzionale a cui eravamo abituati. Non avevo mai visto sacerdoti così vicini ai giovani, così solidali, così paterni, così sorridenti, che si lasciavano avvicinare, toccare e sporcare dai bambini e dai giovani.

Tutto iniziò con una partita di calcio tra noi seminaristi e i giovani del Centre des Jeunes Don Bosco. Fu in quell’occasione che vidi per la prima volta sacerdoti che giocavano con i ragazzi, che ridevano e scherzavano con naturalezza. Era uno stile pastorale che mi interrogava profondamente.

Il “malinteso” che divenne vocazione
Mio fratello minore Luc frequentava l’oratorio salesiano, amico di Père Alcide (Don Alcide Baggio, ora missionario a Kinshasa, in Congo Democratico). Quando gli espressi la mia ammirazione per questo modo di essere preti, lui riferì piuttosto a Don Bocchi che desideravo diventare salesiano. Ma Don Bocchi non si limitò a prendere atto. Mi offrì le Memorie dell’Oratorio e una biografia di Domenico Savio: “Leggi, e poi ne parliamo.”

Non imponeva, ma proponeva; offriva strumenti di discernimento. Questo atteggiamento rivelava la sua profonda fiducia nella libertà della persona e nell’azione dello Spirito Santo. È vero anche che, essendo lui il mio confessore e amico di mio padre, poteva dire di conoscermi bene. La lettura di quei testi mi aprì un orizzonte completamente nuovo: quando scoprii la vita di Don Bosco e del suo allievo Domenico Savio, compresi la ragione dell’atteggiamento che i salesiani mostravano verso di noi giovani.

Le difficoltà istituzionali e il coraggio pastorale
La mia scelta di avvicinarmi ai salesiani non fu ben vista dai superiori del seminario diocesano. Il vescovo mi convocò: “Ascoltami bene, figlio. Se per qualche motivo non andrai avanti con i salesiani, non tornare mai nella mia diocesi, perché sei andato da loro senza il mio permesso.”

Era una minaccia che mi spaventava profondamente. Ma Don Bocchi, venuto a conoscenza della situazione, ne rimase scandalizzato. Mi accompagnò personalmente a Sangmelima dal vescovo Mgr Jean-Baptiste Ama, per chiarire la questione, rassicurandomi che se quella fosse stata veramente la volontà di Dio, avrei potuto proseguire senza problemi. La sua fermezza nel difendere la libertà di coscienza fu determinante per la mia vocazione.

Don Bocchi aveva anche il dono dell’umorismo. Vedendomi ancora incerto, mi disse con un sorriso: “Se Dio ti chiama, nessuno può opporsi. Io stesso da giovane ho cercato di resistere, e guarda cosa Dio mi ha fatto” – indicando scherzosamente la sua testa senza capelli. Dalla paura iniziale, mi misi a ridere. Era il suo modo: con bontà e affetto ti aiutava a scoprire il progetto di Dio, trasformando anche i momenti di tensione in occasioni di crescita.

Il suo accompagnamento si caratterizzava per alcuni elementi fondamentali: rispetto della libertà (“Prega, rifletti, e poi decidi tu”), pazienza nel tempo di discernimento, fiducia nella Provvidenza (“Se è volontà di Dio, si farà strada”), e vicinanza umana concreta.

Livorno e poi Yaoundé: il sogno del Santuario
Il 26 giugno 1990, Don Bocchi rientrò temporaneamente in Italia. Dal 26 giugno 1990 al 26 giugno 1992 fu direttore della comunità salesiana di Livorno. Fu un periodo di riposo necessario dopo otto anni intensissimi in Africa, ma anche un tempo in cui mantenne vivi i contatti con la missione camerunense e si dedicò alla sensibilizzazione missionaria presso i benefattori toscani. Era rimasto in contatto con gruppi di amici in Toscana, e quello livornese era uno dei più attivi nell’affiancare Don Bocchi in iniziative di sensibilizzazione e di solidarietà.

Il 26 giugno 1992, Don Bocchi ritornò in Camerun, questa volta a Yaoundé, nella parrocchia di Mimboman. Inizialmente fu incaricato (dal 1° settembre 1992 al 1° settembre 1993), ma il suo servizio sarebbe durato, con un’interruzione, fino al 1999. Il trasferimento rappresentava una nuova sfida: dalla realtà provinciale di Ebolowa alla complessità di una grande metropoli africana in rapida crescita, con urbanizzazione selvaggia, disoccupazione giovanile e diffusione di nuove sette religiose.

Dal 6 luglio 1993 al 1° settembre 1995, Don Bocchi fu richiamato in Italia come direttore della comunità salesiana di Pietrasanta. Fu un periodo relativamente breve ma significativo, in cui continuò il suo ministero sacerdotale sul territorio toscano. Il 1° settembre 1995 Don Bocchi ritornò a Yaoundé-Mimboman, questa volta come vicario (1995-1996) e poi come parroco (dal 1° settembre 1996 al 1° settembre 1999), ricoprendo contemporaneamente anche il ruolo di vicario nell’ultimo anno (dal 1° settembre) si dedicò con passione all’animazione dell’oratorio di Mimboman, che divenne rapidamente un punto di riferimento per centinaia di ragazzi del quartiere e della città. Il suo stile rimaneva quello di sempre: vicinanza ai giovani, amore per i poveri, zelo per le anime.

Il progetto del Santuario di Maria Ausiliatrice
Il progetto più ambizioso fu l’ideazione di un Santuario dedicato a Maria Ausiliatrice, un’impresa audace che sembrava superare le forze umane. Ma Don Bocchi vedeva la sete di Dio della gente, il desiderio di un luogo sacro. Il Santuario doveva essere un centro di irradiazione della fede, non solo un edificio. Coinvolse la comunità cristiana, cercò benefattori, mobilitò gli amici in Italia. Pur non riuscendo a vedere completata l’opera a causa del suo rientro per motivi di salute, gettò le basi per una realizzazione che altri, fino ad oggi, cercano di portare a termine.

Per lui, Maria non era una devozione tra le tante, ma la madre, la guida, l’ispiratrice di tutta la sua vita di salesiano e di missionario. Aveva imparato da Don Bosco a confidare in lei, a invocarla nei momenti di difficoltà.

Il ritorno definitivo in Italia e gli ultimi anni
Nel 1999, dopo quindici anni di intensa attività missionaria in Africa, segnati anche da periodi di servizio in Italia, la salute di Don Bocchi iniziò seriamente a declinare, messa a dura prova dal clima e dalla vita di sacrificio. Fu costretto con grande dolore a lasciare la sua amata terra africana, affrontando questa nuova prova con la stessa fede e abbandono che aveva caratterizzato il suo ministero.

Quell’anno, l’11 luglio, rappresentò per entrambi una svolta radicale e definitiva. Proprio in quell’Oratorio e in quella parrocchia destinata a diventare futuro santuario, Don Bocchi poté assistere alla mia ordinazione sacerdotale. Per lui era il compimento di una missione educativa: aveva scritto e presentato personalmente la mia candidatura al vescovo, secondo il rito liturgico, accompagnandomi dai tredici anni fino all’età adulta, trovandomi persino una famiglia adottiva in Franco e Carla Sommella a Spezia, Vezzano Ligure.

Nel giorno dell’ordinazione sacerdotale, ero senza parole. Leggevo nei suoi occhi la stessa gioia che brillava in quelli dei miei genitori africani. La separazione che ne seguì, seppur dolorosa, segnò per lui la conclusione di un percorso: il mio confessore e padre spirituale vedeva realizzata la sua opera, portata a termine nel segno di una missione compiuta.

Tra Pisa e La Spezia: il ministero del perdono
Meno di due mesi dopo, quindi dal 1° settembre 1999 al 30 giugno 2000, Don Bocchi ritornò brevemente alla Spezia-Canaletto, la comunità che aveva già conosciuto negli anni Settanta. Dal 30 giugno 2000 al 1° settembre 2004 fu direttore e parroco a Pisa della parrocchia di Don Bosco e San Ranieri. Nonostante l’età e gli acciacchi, si donò con generosità.

Il 1° settembre 2004 venne trasferito alla Spezia, nella parrocchia di Nostra Signora della Neve, dove fino alla fine dei suoi giorni si dedicò a quello che amava definire il “ministero del perdono.” Accoglieva tutti con un sorriso luminoso che trasmetteva gioia e serenità. Divenne un punto di riferimento spirituale per tutta la città. La sua fama di confessore saggio e misericordioso si diffuse rapidamente: i fedeli che si recavano al suo confessionale erano veramente un fiume, e per loro don Gianni era sempre disponibile. Accoglieva tutti con la stessa pazienza, la stessa bontà. Non guardava l’orologio, non si stancava di ascoltare. Per lui, ogni anima era un tesoro prezioso.

Il privilegio dell’indulgenza plenaria ricevuto in Africa
In questi anni, Don Bocchi esercitò un privilegio speciale che aveva ricevuto da Papa Giovanni Paolo II durante una sua visita in Camerun: la facoltà di impartire l’indulgenza plenaria. Era un riconoscimento della sua santità di vita e della sua fedeltà al Vangelo. Esercitò questo privilegio con grande umiltà, felice di poter offrire ai fedeli non solo il perdono ma anche la remissione totale della pena.

Gli ultimi anni furono segnati dalla malattia, che si aggravò progressivamente. Ma non perse mai la sua serenità. Continuò a pregare, a offrire, a benedire. Si preparò all’incontro con il Signore con la pace nel cuore, con la certezza di aver combattuto la buona battaglia.

L’ultimo saluto
Don Giovanni Bocchi si spense il 1° maggio 2016 alla Spezia, all’età di ottantasette anni. I funerali furono celebrati nella chiesa di Nostra Signora della Neve alla Spezia, presieduti da monsignor Luigi Ernesto Palletti, vescovo della diocesi, presenti numerosi sacerdoti ed una grande folla commossa. Fu l’ultimo, corale abbraccio a un padre, testimonianza dell’affetto e della stima conquistati in tutti gli anni del suo ministero.

La testimonianza di Don Karim Madjidi
Al rito partecipò Don Karim Madjidi, allora vicario ispettoriale della Circoscrizione Centrale (2015-2018), che illustrò la figura e l’opera di Don Bocchi. Sottolineò come fosse stato un grande sacerdote che aveva saputo dare tutta la sua vita al Signore, accogliendo tutte le sue obbedienze, cambiando continuamente città, sempre al servizio, all’oratorio.

Don Karim evidenziò l’impatto duraturo sulla Chiesa camerunense: Don Bocchi aveva seguito tanti giovani che si erano preparati a diventare sacerdoti, tante suore. Il suo modo di essere sacerdote – che invitava tutti a pregare la Madonna, ad avvicinarsi alla confessione, all’Eucaristia però con un senso umano, veramente umano, vicino – aveva lasciato un segno profondo.

Le spoglie mortali riposano ora nel cimitero del suo paese natale, Pugliano, tra le montagne che lo hanno visto nascere. È un ritorno simbolico alle radici, alla terra che lo ha formato, alle montagne che gli hanno insegnato la solidità della fede.

L’eredità spirituale
L’eredità più preziosa di Don Giovanni Bocchi non si trova nelle opere materiali, per quanto grandi, ma nei cuori che ha trasformato. La sua predicazione, e soprattutto la sua testimonianza, hanno favorito molte conversioni alla fede e il sorgere di numerose vocazioni religiose e sacerdotali.

Numerosi giovani, grazie al suo ministero, hanno abbracciato la vita sacerdotale o religiosa. Altri si sono impegnati come laici nella Chiesa e nella società. La mia stessa vocazione è frutto del suo accompagnamento. Oggi, come psicologo dell’educazione, predicatore e da qualche anno membro del Consiglio generale dei Salesiani, porto avanti l’eredità di quel seme che lui ha piantato nel mio cuore di giovane seminarista incerto.

I “Jean Bocchi” del Camerun
Ancora oggi, da noi in Camerun, molti bambini portano il nome “Jean Bocchi” in onore del missionario. Per le mamme africane, dare il nome di una persona ai propri figli è il riconoscimento più alto: significa che quella persona ha salvato la loro vita o quella delle loro famiglie. È un gesto che va oltre l’affetto, che testimonia una gratitudine profonda. Questi bambini sono la memoria vivente di un padre che ha amato senza riserve.

Un metodo educativo universale
Don Bocchi ha saputo incarnare il carisma salesiano in terra africana, adattandolo al contesto locale senza tradirne l’essenza. Ha dimostrato la validità universale del Sistema Preventivo di Don Bosco. Ha imparato la nostra lingua Bulu, ha compreso le dinamiche sociali, ha saputo farsi africano con gli africani senza perdere la sua identità di salesiano. La sua testimonianza dimostra che l’evangelizzazione autentica non è imposizione di modelli esterni, ma incarnazione del Vangelo nella cultura locale, rispettosa delle diversità e valorizzatrice delle ricchezze umane di ogni popolo.

A quasi dieci anni dalla sua morte, la figura di Don Giovanni Bocchi rimane viva. Per noi in Camerun è stato un padre nella fede, che ha saputo aiutarci senza assistenzialismo, formarci e sfidarci senza colonialismo culturale. Ha creduto nelle nostre potenzialità e ha rispettato la nostra dignità.

La sua eredità continua nelle opere che ha fondato, nelle vocazioni che ha suscitato, nei “Jean Bocchi” che portano il suo nome. Ma soprattutto continua nel metodo educativo che ha trasmesso e nell’amore per i giovani che ha testimoniato.

don Alphonse OWOUDOU, sdb
Consigliere Regionale Africa Centrale e Ovest

Editor BSOL

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