30 Nov 2025, Dom

Intervista al Consigliere della Formazione, don Silvio ROGGIA

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Il consigliere generale per la Formazione, don Silvio Roggia, condivide con profondità e semplicità il cammino che lo ha condotto alla vita salesiana, intrecciando radici familiari, incontri significativi e chiamate inattese. Dalle colline delle Langhe a Valdocco, dall’esperienza missionaria in Africa al servizio internazionale nella Congregazione, don Silvio racconta una storia vocazionale segnata dalla gratitudine, dalla fiducia nella Provvidenza e da un amore crescente per Don Bosco. Le sue parole offrono uno sguardo autentico sulla formazione salesiana oggi e sulla bellezza di una vita donata ai giovani.

Puoi farci una autopresentazione?
Sono Silvio Roggia, nato in un piccolo villaggio delle Langhe – Novello – nel sud-ovest del Piemonte. Una terra di colline e vigneti, con Barolo come paese confinante: lì la marchesa Juliette Colbert e il marito Tancredi avevano il loro castello. Un legame geografico che mi unisce a questa figura, così importante nella storia e nella missione di nostro padre Don Bosco.
Lui ha conosciuto me ben prima che io sapessi qualcosa di lui, perché ho avuto la grazia di nascere in una famiglia in cui molti salesiani mi hanno preceduto. Sono l’ultimo di nove confratelli. Quattro zii: Emilio, coadiutore; Fiorenzo, Davide e Felice, sacerdoti; Felice è stato missionario per molti anni in Ecuador, dove è mancato nel 2000. Due cugini primi di mio padre, tra cui Guglielmo, missionario in Myanmar e poi nelle Filippine, dove oggi riposa. E infine due cugini primi miei, figli di un fratello e di una sorella di mio papà. Nove SDB in casa.
Nonostante questa nutrita parentela salesiana, la scelta di andare a studiare dai salesiani per la scuola secondaria fu, nel suo incipit, piuttosto casuale. I cinque anni trascorsi a Valdocco – due di ginnasio e tre di liceo a Valsalice, pur vivendo sempre in comunità a Valdocco – hanno aperto con naturalezza la via verso il noviziato.
Il cammino è poi proseguito in modo bello e sereno nella formazione salesiana condivisa con i miei compagni dell’allora Ispettoria Subalpina, divenuta nel 1993 Circoscrizione Speciale Piemonte.

Come hai percepito la chiamata di Dio e come si è manifestata nella tua vita? Perché salesiano?
La vocazione salesiana, come ho raccontato, è nata in famiglia e si è sviluppata con naturalezza nel tempo, soprattutto durante la permanenza a Valdocco. La chiamata missionaria salesiana ha avuto una genesi sorprendente.
Era il giorno dopo il mio ritorno da Roma, dove avevamo partecipato al corso estivo del 1989 in preparazione alla professione perpetua, dopo il secondo anno di teologia alla Crocetta. Mi chiamò don Luigi Basset, mio ispettore, proponendomi di iniziare un servizio di animazione missionaria ispettoriale rivolto ai giovani. Sarebbe stato il mio apostolato nei fine settimana, mentre continuavo gli studi.
Quel dono, quella chiamata, mi mise in contatto diretto e costante con le realtà missionarie del “Progetto Africa”, che in quegli anni viveva una stagione di grande slancio. Non avevo però messo in conto di partire.
Un mio compagno di noviziato, Luca Maschio, era già partito durante il tirocinio per il Kenya. Eravamo rimasti in contatto, per quanto possibile allora, con qualche lettera, e ci eravamo rincontrati nell’estate delle nostre ordinazioni sacerdotali, nel 1991: un tempo bello e ricco, vissuto con gli altri compagni diventati preti in quei mesi.
Nel 1994 mi fece un grande favore: accolse due giovani del gruppo estivo dei “partenti” – una delle iniziative nate nell’ambito dell’animazione missionaria in Piemonte – che erano destinati alla Nigeria. Grazie a lui, li orientammo verso il Kenya, poiché nelle ultime settimane prima della partenza erano emersi problemi interni alla Nigeria che rendevano impossibile il viaggio.
Purtroppo, nel settembre di quell’anno Luca morì in un incidente stradale nei pressi di Embu, in Kenya. Fu per me un colpo forte, ma anche un appello altrettanto forte: andare a prendere il suo posto.
Diedi la mia disponibilità. Quando gli studi per la licenza in teologia alla Crocetta e la laurea in pedagogia alla Cattolica di Milano furono conclusi, don Luigi Testa mi mandò in Nigeria, affidata alla Circoscrizione ICP, dove atterrai il 10 ottobre 1997.

C’è un episodio particolare o una persona che ha avuto un’influenza significativa sulla tua decisione di diventare salesiano?
Più che un episodio singolo, direi che è stato un intreccio di presenze e gesti discreti a orientare il mio cammino. Mio zio Fiorenzo, salesiano, non mi ha mai spinto direttamente, ma con la sua vita e il suo modo di essere ha lasciato un’impronta profonda nel mio animo. Una semina nascosta che portò i suoi frutti anni dopo.
Poi c’è stato mio cugino, don Beppe Roggia, che mi ha accompagnato per cinque anni di comunità proposta a Valdocco e come socio nell’anno di noviziato a Pinerolo. La sua fiducia e il suo stile di accompagnamento, gentile e deciso, discreto e responsabilizzante, hanno avuto un peso decisivo.
E infine, per i diciotto anni che ho vissuto in Africa, non posso non ricordare un altro salesiano, Italo Spagnolo, che mi ha accolto a Ondo, dove era allo stesso tempo direttore, economo e preside, e che, con il suo inguaribile ottimismo e la sua capacità di vedere sempre il bene, ha segnato la rotta per tutti i miei anni a venire.
Insieme a loro, tanti altri volti e incontri hanno contribuito a far maturare la mia risposta. Ma questi tre, in momenti diversi, hanno giocato un ruolo fondamentale.

Quali sono stati i momenti più significativi del tuo percorso formativo?
Ogni stagione della mia vita ha avuto un suo munus – dono/impegno – formativo di cui sono immensamente grato. Non c’è una linea che interrompa il fluire tra “formazione” e “vita”: tutto è stato formazione e continua a esserlo.
Gli anni della scuola superiore a Valdocco sono stati fondamentali per farmi innamorare di Don Bosco e farne la direzione del mio futuro. Tra le fasi della formazione iniziale, tutte preziose, i quattro anni alla Crocetta sono stati essenziali per impostare la visione della vita che poi mi ha sempre accompagnato e da lì ha continuato a svilupparsi, come radici di un grande albero.
L’Africa, per diciotto anni, è stata una scuola continua: come una seconda vita che ancora circola nelle mie vene e colora tutto ciò che sono e che faccio. All’interno c’è stato un tempo di prova non previsto, segnato dalla malattia con chirurgie e chemioterapie, che ha lasciato un segno profondo, insieme alla perfetta guarigione. È stato, a suo modo, una delle stagioni più importanti della mia esistenza.
I sei anni passati come membro del team del dicastero sono stati un’esperienza a respiro mondiale, con l’ampiezza della Chiesa universale e della presenza salesiana, soprattutto in Africa e in Asia.
Infine, negli ultimi tre anni nella comunità Zeffirino a Roma, con confratelli provenienti da 27 paesi e 28 ispettorie, sono stato parte di una delle esperienze di interculturalità attiva e vivace più intense in Congregazione.
Devo tutto a tutti questi amici, fratelli e sorelle che la Provvidenza mi ha fatto incontrare in questi 62 anni di vita.

Quale aspetto del carisma salesiano credi di aver maggiormente incarnato?
Credo che l’aver trascorso tanti anni con giovani in formazione e in particolare tredici come maestro dei novizi mi abbia dato l’opportunità di cogliere come lo “studia di farti amare” sia anzitutto ciò che continua a fare nostro padre: lui continua a farsi amare. L’amore sincero e profondo per Don Bosco che tanti giovani, da così diversi background culturali, continuano ad avere è contagioso e non si può fare a meno di crescere in simpatia e affetto per don Bosco e per la sua eredità pedagogico-spirituale. Questo è il dono che ho ricevuto e che cerco di trasmettere.

Come descriveresti, con parole tue, il “sistema preventivo” di Don Bosco?
Preferisco prendere le parole che il Rettor Maggiore, don Fabio Attard, ha messo a conclusione del suo programma sessennale 2025–2031, attingendo da una sua lettera di don Edmundo Vecchi del 2000. Mi sembra un’indovinatissima fotografia del sistema preventivo. Così lo credo e così vorrei viverlo insieme ai miei confratelli: “Quando pensiamo all’origine della nostra Congregazione e Famiglia, da dove è partita l’espansione salesiana, troviamo soprattutto una comunità, non soltanto visibile, ma addirittura singolare, atipica, quasi come una lucerna nella notte: Valdocco, casa di una comunità originale e spazio pastorale conosciuto, esteso, aperto… In tale comunità si elaborava una nuova cultura, non in senso accademico, ma nella direzione di nuovi rapporti interni tra giovani ed educatori, tra laici e sacerdoti, tra artigiani e studenti, un rapporto che rifluiva sul contesto del quartiere e della città… Tutto questo aveva come radice e motivazione la fede e la carità pastorale, che cercava di creare all’interno uno spirito di famiglia, e orientava verso un affetto sentito al Signore ed alla Madonna.” (Don Juan Vecchi, Ecco il tempo favorevole, ACG 373, 2000).

Quali sono le pratiche di preghiera o devozioni che trovi più significative per te?
La meditazione sulla Parola di ogni giorno, così come ce la offre la liturgia nelle letture della Messa. È l’energia rinnovabile che continua ad alimentare la vita, sempre nuova, sempre a portata, sempre efficace.

Come coltivi la tua formazione – libri, corsi, ritiri – per restare “in continuo aggiornamento” con i tempi e con Dio?
“Salve, salvando, salvati”, un motto comune nel primo Oratorio, già ai tempi di Domenico Savio. Credo sia parte del dinamismo salesiano: quanto prepariamo e offriamo agli altri diventa anche per noi stessi fonte di energia e di rinnovamento.

C’è una preghiera, una “buona notte salesiana” o un’abitudine che non manca mai di fare? Perché?
Cerco di cominciare al mattino con uno spazio di silenzio e preghiera personale prima dell’inizio della preghiera comunitaria. È facile salvare e preservare quel tempo, prima che il ritmo degli impegni quotidiani ricopra l’agenda.

Qual è la cosa più importante che hai imparato dalla tua esperienza di vita come salesiano?
La confidenza. Fidarsi della Provvidenza. Fidarsi delle persone con cui si vive. Meglio rischiare di esagerare e venire traditi sul versante della fiducia nei riguardi di chi vive sotto il nostro stesso tetto che, per paura e sospetto, rinchiudersi in sicurezze che creano barriere e ci isolano.

Quali sono le principali sfide che la formazione salesiana deve affrontare oggi?
Continente Africa: 92% dei salesiani ha meno di 50 anni. Europa: 27% ha meno di 50 anni. Stiamo diventando sempre più diversificati e la formazione deve incontrare i salesiani nelle loro distinte realtà e parlare un linguaggio vicino alla loro esperienza di vita.

Che consiglio daresti a un giovane che si sente chiamato alla vita religiosa?
Che vale la pena fidarci del futuro più ancora del nostro passato: se questo invito viene dal Signore e gradualmente ci risintonizziamo su quanto Lui suggerisce al nostro cuore, il domani sarà potenzialmente assai più ricco di quanto sperimentato fino a qui, anche se sarà un futuro fatto sempre insieme di rose e di spine.

Editor BSOL

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